
Oriana Fallaci: una figlia davanti la morte della madre
Oriana Fallaci racconta la morte della propria madre, descrivendo con le sue parole intense e dirette il vissuto legato ad un simile lutto.
oriana falalci, fantasma alekos
Della sua vita si sa molto. Del suo lavoro, dei suoi pensieri, anche. Oriana Fallaci nei suoi libri ci ha lasciato descrizioni straordinarie della nostra storia e di personalità che questa storia l’hanno pilotata. Nei suoi scritti è andata oltre, proponendoci eventi e persone di cronaca arricchite da quell’emotività, sua e contemporaneamente di tutti, che rende significativi gli avvenimenti.
Nella relazione “Io e il fantasma di Alekos. L’amore, il dolore, la scrittura: i miei tre inverni nel tunnel”, tenuta nel 1980 al Columbia College di Chicago, la Fallaci parla di sé e della stesura del libro “Un uomo”. In quel periodo, la madre della scrittrice, “che si estingueva come una candela in un letto, divorata da un invisibile mostro”, morì. Unica distrazione al libro furono le visite alla madre: “Parlavamo poco, quasi avessimo paura di dirci quel che pensavamo: «Ora te ne vai anche tu» , «Ora me ne vado anch’io».”
Con la sua scrittura carica di passione, la Fallaci descrive il significato dalla morte della madre, disvelando il sentimento che questo momento suscita:
“La morte della madre non è paragonabile alla morte dell’uomo che amavi: è l’anticipo della tua morte. Perché è la morte della creatura che ti ha concepito, portato dentro il ventre, regalato la vita. E la tua carne è la sua carne, il tuo sangue è il suo sangue, il tuo corpo è un’estensione del suo corpo: nell’attimo in cui muore, muore fisicamente una parte di te o il principio di te, né serve che il cordone ombelicale sia stato tagliato per separarvi.”
Il dolore viene affrontato con coraggio, vivendo la situazione nella sua pienezza e il rapporto con la madre nella sua totalità, atteggiamento che la Fallaci ha avuto nei confronti di ogni esperienza della sua vita: “Per rinviar quella morte che era un anticipo della mia morte, dunque mi tenevo sveglia. Per tenermi sveglia la tenevo sveglia e parlavo, parlavo. Le raccontavo ciò che non le avevo mai raccontato e non avrei mai raccontato a nessuno, le mie ferite, i miei rimpianti, i miei dubbi, prezioso fardello tuttavia giacché era esso stesso vita, le dicevo che malgrado quelle ferite e quei rimpianti e quei dubbi mi piaceva tanto la vita, ero così contenta d’esser nata, e la ringraziavo in ginocchio d’ avermi partorito.”
Non posso non pubblicare una poesia, risopita dalle profondità del tempo leggendo le parole della grande Fallaci...
Dedicata alla mia carissima Nonna...
Dolce ibrido amoroso
Quando mi manca
tanto
da mozzare il
respiro,
io corro verso di te.
Il tuo sangue
è il mio sangue,
la tua carne
è la mia carne.
Il tuo ventre
ha generato
il ventre che
mi ha generato.
Il tuo abbraccio
è forte e caldo,
è solo un ibrido,
ma profuma
un po’ di cielo.
Tu sei
ciò che lei sarebbe
potuta diventare
se le fosse stato
permesso
d’invecchiare.
Il dolore nostro è Universale e prima lo si capisce, prima si comincia a guardarlo negli occhi.
Nessun commento:
Posta un commento