Non ho fatto altro per tutta la vita.
Ho scritto di me e del mio dolore, in tutte le forme che conoscevo. Più che altro poesie... Poesie su poesie... Senza mai avere il coraggio di proporle a qualcuno. Cioè, in realtà le ho fatte leggere a un professore di lettere che mi ha criticato con garbo, ma non sapevo che pubblicava solo le sue probabili prede sessuali...Comunque... Il motivo principale è stato che, inconsapevolmente, io ho fatto una psicoterapia in autonomia. Ho sempre riversato sulla carta i dolori più feroci. E da lì, dal foglio bianco, tracciati sullo schermo di un pc, facevano meno male, erano meno feroci.
Li ho ammaestrati, calmati, allontanati da me. MA non li ho abbandonati. Forse, se questo blog decollerà, avrò anche il coraggio di pubblicare qualche poesia...Vedremo...
Ora che sono un tantino cresciuta mi rendo conto che effettivamente le mie poesie non sono poi questo splendore letterario, ma so solo io quanto mi siano servite per SOPRAVVIVERE...
LA ritenete uan parola grossa?? No, qui si tratta di sopravvivere.
Da "Figlie senza madre" di Hope Edelman
Da quali profondità era salito alla superficie quel bisogno disperato? Nei sette anni trascorsi dalla sua morte non mi ero concessa una sola volta di sentire la mancanza di mia madre, impegnata com'ero a convincermi di non avere bisogno dell'unica cosa ch enon avevo e che libertà e indipendenza erano il risultato infelice ma prezioso della perdita che avevo subito. Con la baldanzosa sicurezza propria dei giovanissimi odei molto ingenui, a 24 anni avevo dciso di essere già passata attraverso i cinque stadi del dolore [...]:rifiuto, rabbia, contrattazione, disorganizzazione, accettazione. Mi erano sembrate allora cose piuttosto semplici, un'ascesa in 5 tappe ben indicate fino alla ripresa di una vita normale. [...]
Sette anni dopo ero al punto in cui non piangevo più ogni volta che parlavo di mia madre e quando qualcuno mi diceva "Mi dispiace", dopo aver saputo che era morta, riuscivo a rispondere con un sorriso di cortesia e un cenno del capo privo di osilità. Il tempo aveva guarito la ferita proprio come mi avevano detto. E avevo dimostrato a me stessa di non aver bisogno della mamma per sopravvivere.
Credetti quindi di aver agito nel modo giusto, e in un certo senso di aver vinto. Fino al momento in cui mi ritrovai a metà di quelle strisce pedonali con la sensazione di aver sbagliato tutto in modo orribile.
In quell'occasione imparai che il dolore non ha un comportamento lineare, non è prevedibile, non è senza spigoli e contenuto entro certi limiti.
E' stata fatta a tutte noi una grave ingiustizia, quando ci è stato detto che il dolore avrebbe avuto un principio, una metà, una fine. Queste cose succedono nei romanzi, la realtà è ben diversa.
Il dolore ha un andamento ciclico, come le stagioni, come la luna. [...]
Il dolore non scompare solo perchè lo chiudiamo a chiave in un cassetto; eppure spesso è questo che ci viene suggerito: ignorate il dolore e il dolore scomparirà. Chiunque abbia seguito questo consiglio sa quanto sia superficiale.
Le voci del silenzio, lasciate a riecheggiare senza risposta, diventano più ossessionanti delle parole espresse.
Baci
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